sceneggiatura e regia: Michael Radford (dal romanzo di Orwell, 1984: L’ultimo uomo in Europa); musiche: Eurythmics e Dominic Muldonney.
Il mondo del 1984 è diviso in tre superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Londra fa parte di Oceania, ed è sottoposta alla dittatura del SOCING (Socialismo inglese), il Partito unico guidato dal Grande Fratello. La popolazione è divisa in tre gruppi: i membri del Partito Interno (il centro del potere 2%), i membri del Partito Esterno (addetti ai servizî 13%) ed i prolet (85% della popolazione), ma questi non contano. La realtà non esiste: è continuamente modificata secondo le esigenze del Partito.
I membri del Partito Esterno, sono costantemente controllati da uno schermo - sempre presente nelle loro abitazioni - che mentre mostra immagini di guerra, comunicati sociali e politici, simultaneamente trasmette alla Psicopolizia qualsiasi suono e gesto. Manca lo zucchero, il pane, il caffè, le lamette da barba, il sapone. C’è la tubercolosi, il vaiolo, il rachitismo. Tutti I membri del Partito si chiamano fratelli, indossano uniformi uguali ed hanno un incubo comune: lo psicoreato, il delitto di pensiero. In questo mondo, dove le sole cose in cui rifugiare la propria disperazione sono sigarette e gin marca Victory, due membri del Partito Esterno, Winston e Julia, la cui unica colpa è l’amarsi, sperano di poter sfuggire all’onnipresente controllo della psicopolizia.
Quando uscì 1984, si era in piena "guerra fredda". Allora, parlare del libro, magari comprarlo e forse leggerlo era quasi doveroso, particolarmente tra i conservatori perché era decisamente antisovietico. Tuttavia, durante il maccartismo, diventò popolare tra le persone con tendenze liberal perché sembrava proprio che il mondo degli anni ‘50 anticipasse Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair, 1903-50). Poi, nel 1984, quando giunse la fatidica data, i mass media approfittarono del prelibato boccone offerto dalle sinistre previsioni di Orwell per disquisire sul suo esasperato allarmismo: il 1984, per il mondo occidentale era un anno come un altro; dunque Orwell si era sbagliato.
Infine, con lo sviluppo delle reti di comunicazione informatiche, i mass media si sono affrettati a individuare nell'uso delle nuove tecnologie l'occhio del "Grande Fratello" che vìola la nostra privacy. Ma anche questo dimostra che del monito di Orwell è rimasto ben poco, anzi niente.
Il fatto è che anche il 1984 è una data come un’altra: Orwell l’aveva stabilita semplicemente invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui scrisse il racconto. Quindi non si deve considerarlo una profezia, bensì come un nostro possibile futuro. Tant’è che Erich Fromm (filosofo e psicanalista, 1900-80), nel 1961, scriveva: «Libri come quello di Orwell sono severi moniti, e sarebbe un vero peccato se il lettore si limitasse a vedere pedestremente in 1984 solo una descrizione della barbarie stalinista, e non anche una descrizione della nostra società».
Sebbene Fromm fosse probabilmente influenzato dal maccartismo, giacché gli Usa degli anni Cinquanta sembravano somigliare sempre più a quello stato malvagio che controllava i pensieri di tutti, almeno alcuni aspetti del mondo descritto da Orwell meritano di essere esaminati. E che il lettore sia sensibile a questa discussione lo dimostra il fatto che quando, nel 1954, il romanzo di Orwell venne portato sui teleschermi inglesi, milioni di telespettatori provarono sconcerto per il susseguirsi di scene di cupa disperazione, di crudeltà, di brutalità e di miserie: migliaia di proteste pervennero alla direzione della Bbc, tanto che anche i giornali se ne fecero portavoce.
La riduzione cinematografica di 1984, è abbastanza aderente al racconto (ne esiste anche una del 1955 meno fedele) e, grazie ad una trascinante colonna sonora, rende molto bene il clima dell'apparato militaresco del Socing. Tuttavia, non è facile comprendere la struttura del sistema senza aver letto il libro; ed anche il libro, d’altra parte, non è d’immediata comprensione.
L’opera di Orwell, viene comunemente presentata come un’antiutopia, in contrapposizione all’utopia di Platone, che però è la stessa cosa. Solo che Platone l’auspicava, e Orwell la temeva: è sorprendente che il termine antiutopia sia usato come rifiuto di un qualcosa che, almeno per come era esaltata da Platone, dovrebbe essere considerata negativa...
E' importante sottolineare che Orwell non intendeva affermare che la sua antiutopia si sarebbe inevitabilmente realizzata, bensì intendeva esprimere un monito contro gli abusi di potere e le sopraffazioni mentali compiute da certe ideologie. Per raggiungere questo scopo, Orwell, a differenza di Platone, non si limitò ad immaginare una società: la rese viva attraverso gli occhi di Winston e Julia. Ne derivò un romanzo, che esasperando alcune concezioni filosofiche preesistenti, simulava una società la cui organizzazione deve essere oggetto di riflessione.
Orwell, si ispirò a Stalin (1879-1953). Quindi, dovremmo far riferimento alla Russia stalinista. Tuttavia, per una miglior generalizzazione, ci limiteremo ad alcune considerazioni di carattere generale, espresse in forma analoga dall'autore.
In tutte le epoche in cui un popolo si è imposto vittoriosamente su un altro, i vincitori si sono considerati una classe superiore, ed hanno cercato di stabilire un ordinamento sociale arrogandosi dei privilegi. Questo punto di vista, sebbene sgradevole, è conforme a una concezione di universale buon senso secondo la quale una società deve essere governata dai suoi elementi migliori. Ed è, se non naturale, almeno accettabile che questi governanti si arroghino dei privilegi, ossia dei diritti che gli altri non hanno e che sono richiesti dagli stessi doveri di direzione e di governo, che agli altri non sono imposti. Tali privilegi, in passato, venivano considerati ereditarî. La crisi avviene quando per il sopravvenire di fatti nuovi, che generalmente si presentano come di carattere economico, ma che, quasi sempre, portano con sé anche movimenti spirituali e culturali, si forma una nuova classe materialmente e intellettualmente dotata come la classe dominante ma da quest’ultima non riconosciuta tale. Allora la nuova classe contesterà immancabilmente alla prima il diritto di considerarsi come la classe dei "migliori" e tenterà di prendere il potere in base alla stessa idea generale su cui la prima ha fondato il suo dominio. La decadenza della classe dominante ed il sopravvento di una classe nuova, sono i due elementi comuni di ogni mutamento sociale. Ciò che poi darà ad ogni mutamento sociale la sua particolare fisionomia e valore storico, sarà il nuovo criterio con cui saranno considerati e scelti i "migliori".
Posto che queste considerazioni siano giudicate realistiche, passiamo al punto di vista di Orwell.
In Russia, il comunismo aveva assunto un atteggiamento dittatoriale già con Lenin (1870-1924), il quale, tuttavia, aveva cercato il più possibile, secondo la teoria comunista, di far predominare un'astratta e impersonale volontà di Stato, che però coincideva con la sua; ma Stalin aveva finito col divenire esplicitamente un dittatore. Le cause del fenomeno sono individuabili nella stessa natura umana che rifugge dall’astratto e che tende fatalmente verso l’individuale e il personale. Nel corso della storia, "civiltà" ha sempre voluto dire "personalità": i grandi ideali sociali, quando hanno avuto una realizzazione, l’hanno sempre trovata in un uomo o in una istituzione personale (ad esempio la monarchia), così come i grandi ideali religiosi hanno sempre trovato la loro attuazione nel culto di una divinità personale e mai di un principio astratto. I re, o i governanti, spesso vantavano origini divine o mistiche (come l’imperatore del Giappone o gli ayatollah in Iran), o erano divinità essi stessi. E questo era ed è un modo per garantire la loro condizione. Tant’è che nei secoli passati, quando la scomunica papale colpiva un regnante - che era tale per "grazia divina" - questi veniva automaticamente delegittimato agli occhi del popolo, la "volontà della nazione".
Ora, concesso un qualche valore all’esperienza storica, dobbiamo riconoscere che la monarchia (in senso lato) è la forma tendenziale di una società. Questo non significa che i movimenti contrarî alla monarchia non abbiano una giustificazione storica: quando una data istituzione monarchica non riesce più ad adeguarsi al clima dei tempi, è fatale che decada e che ad essa venga contrapposta un’organizzazione diversa. Ma, con questa organizzazione, inizia un nuovo periodo storico che, a sua volta, tenderà a concretizzarsi in un’espressione personale. E' facile trovare eccezioni: si pensa subito agli Usa, che hanno una considerevole stabilità senza aver mai mostrato il bisogno di espressioni monarchiche. Tuttavia, in America il Presidente ha praticamente poteri personali assai vasti e comunque, in qualche modo, personifica l’immagine del popolo americano e viceversa.
Basandosi su considerazioni simili a quelle esposte, Orwell si pose un problema: è possibile cristallizzare nel tempo un regime oligarchico (regime politico o amministrativo caratterizzato dall'accentramento del potere in un ristretto gruppo di persone per lo più operanti a proprio vantaggio (si differenzia dall'aristocrazia in cui il potere appartiene ai nobili).
Chiaramente, una risposta sicura non è possibile; tuttavia, si possono individuare alcuni punti chiave. Per far questo, si parte dall’ipotesi di base che, in qualche modo, ammesso come processo tendenziale, s’instauri un regime oligarchico.
La società descritta da Orwell, è sottoposta, appunto, ad un regime oligarchico in cui non esiste critica né lotta politica, e, di fatto, coinvolge gruppi ristretti nell’avvicendarsi al potere. In effetti, Orwell semplifica enormemente l’organizzazione di Oceania (quella degli altri superstati si suppone analoga) riducendo l'analisi del suo sistema al solo gruppo di membri del Partito. Ad esempio, non è chiaro se i "prolet" partecipassero alla guerra, né quanto contassero per la produzione delle derrate alimentari.
Ciò premesso, i criteri su cui basare la stabilità di questo Stato, sono espressi dettagliatamente da Orwell: riguardano l'organizzazione dello società, la lingua ufficiale (neolingua) e l'ideologia del Partito (bispensiero). Questi criteri possono essere commentati esaminando alcuni stralci tratti dal libro
Lo slogan del Socing: "Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato". Su queste due affermazioni si basa la descrizione della società immaginata da Orwell. Si potrebbe pensare di condensarle così: "chi controlla il presente controlla il passato ed il futuro". Ma questa asserzione non è equivalente alle precedenti. Le due affermazioni, infatti, pongono l’accento non su un dato di fatto, il controllo del presente, bensì sulla necessità di controllare i fatti...
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Il meccanismo più evidente del processo di "aggiornamento" è la manipolazione dei fatti riportati sui giornali. Ecco un esempio:
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E' importante sottolineare che non può saltar fuori un vecchio giornale a contraddire le copie aggiornate: i prolet ricevono dal Partito solo giornali che trattano di cronaca nera, di astrologia, avvenimenti sportivi. Inoltre, la psicopolizia controlla che non circolino idee sovversive tra i prolet e provvede ad eliminare gli individui pericolosi, ossia quelli che pensano.
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A un certo punto del romanzo, Orwell raggiunge il paradosso modificando le alleanze: Oceania non è in guerra con l’Eurasia, Oceania non è mai stata in guerra con l’Eurasia, Oceania è sempre stata alleata con l’Eurasia per combattere l’Estasia. Tutti i giornali vengono rettificati ed i manifesti che nelle piazze incitavano all’odio verso l’Eurasia sono attribuiti all’opera di cospiratori guidati dal nemico del popolo Emmanuel Goldstein. Sì, l’esposizione della mistica del Partito "La teoria e pratica del collettivismo oligarchico" è attribuita ad un cospiratore: il Partito riconosce e, nello stesso tempo, nega la sua natura malvagia.
In effetti Orwell sembra rifarsi a Il Principe, il libro che Niccolò Machiavelli (1469-1527) scrisse nel 1513 e che la Chiesa, nel 1522, incluse tra i libri proibiti. L’opera spiegava meticolosamente, sulla base di esempi storici, come un regnante, e per estensione uno Stato, per governare duraturamente un regno, potesse, anzi dovesse ricorrere a qualsiasi mezzo. Machiavelli dedicò il libro a Lorenzo dei Medici, nella speranza - rivelatasi vana - di esser chiamato ad offrire i propri servigî in veste dell’equivalente di un moderno Segretario di Stato.
Tuttavia, secondo alcuni (fra cui Rousseau e Foscolo), l’opera - scritta apparentemente con l’intento di istruire i governanti - aveva, in realtà, lo scopo di istruire il popolo, mostrandogli i mezzi con cui i potenti governavano. Il fatto è che il "manuale" del Machiavelli è utile al tiranno come è utile al popolo: la destinazione non è indicata dal contenuto, bensì dipende dall’uso che se ne fa. In linea di principio, Il Principe è analogo alla Teoria e pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein: un'espressione del bispensiero!
Orwell indugia in simili paradossi con l’intento di mostrare come le inevitabili contraddizioni legate all’aggiornamento del passato siano controllabili con il bispensiero. Il bispensiero, controllando la mente, compensava le sviste e le inevitabili imprecisioni. Il bispensiero, che equivale a perdere il senso della realtà, e con essa la propria identità, era un obbligo per tutti, anche per gli alti gradi del partito; anzi, per questi era un modo per sostenere la loro mistica.
Spaventoso: i prolet non sono esseri umani e i membri del Partito sono privi di emozioni, padroni degli altri ma schiavi di sé stessi. E voi? Preferireste essere padroni di voi stessi e delle vostre emozioni, ma schiavi; oppure padroni degli altri e schiavi di voi stessi perché preda del bispensiero: un processo inarrestabile di autodistruzione della personalità per diventare tutt'uno con la mistica del Partito?
Via via che Winston continua il suo lavoro di modificare il passato, inizia a chiedersi quale sia la verità...
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Vi sembra che Orwell sia stato ingenuo nell’immaginare un simile sistema? E' ingenuo credere che il passato sia inalterabile. Lo fanno gli storici, a tavolino, quando pretendono di sistemare in una visione globale il genocidio che Hitler tentò contro gli ebrei. E lo hanno fatto i cinesi, alla luce del giorno, quando hanno cancellato dalla loro storia gli eccidi di piazza Tien An Men (nella piazza -vasta quanto 40 campi di calcio-, all'alba del 4 giugno 1989, vennero massacrati gli studenti che da otto settimane manifestavano chiedendo riforme per la vita di tutti)
Sebbene l'antiutopia di Orwell non si sia realizzata a livello mondiale, è comunque una realtà in scala ridotta. Infatti, la società immaginata da Orwell ricalca non solo i passati regimi di Stalin o di Hitler, ma anche quelli più recenti di Khomeini in Iran, Ceausescu in Romania, Saddam Hussein in Iraq, Castro a Cuba, e Milosevich in Serbia, per citare i primi che vengono in mente. Sotto la guida dei "Grandi Fratelli", la psicopolizia (KGB, Gestapo, Pasdaran, Securitate, ecc.) controllava tutto e tutti: la stampa veniva monopolizzata, i telefoni erano controllati, la libertà era soppressa.
Torniamo un attimo a Winston...
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E Orwell lo spiega: il perché è il potere per il potere, anche senza la necessità di quei beni materiali che nella nostra epoca fanno da molla per la conquista del predominio. Alcune società sono quindi governate da individui che clinicamente verrebbero definiti paranoici. Ceausescu, Franco, Hitler, Pinochet, Tito, non incarnavano il Gran Fratello; probabilmente nemmeno Castro, Gheddafi e Saddam Hussein. Forse lo sono stati Mao e Stalin. Certamente lo era Khomeini, con il suo turbante nero, privilegio dei notabili islamici che vantano discendenza diretta dalla famiglia di Maometto...
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Il potere, il potere di controllare la realtà. Ma davvero è importante, e quanto? C’è il potere militare, basato sulla forza; il potere economico, basato sulla possibilità di premiare o punire; c’è il potere politico, basato sulla propaganda. E' difficile dire se sia più importante il potere militare o quello economico: il potere militare non deve necessariamente avere il sostegno di quello economico, però ne è certo condizionato, e d’altra parte, è spesso vero il contrario. Comunque, il potere più importante di tutti è quello della propaganda. Con la propaganda si può governare un popolo affamato convincendolo che ciò è necessario in nome di una giusta causa. E per convincerlo, ci deve essere un’adeguata propaganda: la gente non deve pensare autonomamente, deve pensare quel che vuole il governo. Ad esempio, i movimenti religiosi s’impongono con la propaganda, forse con il potere economico, ma certo non con il potere militare.
Una società (come quella cinese, ad esempio), può ottenere un notevole potere controllando le opinioni ed i pensieri della gente, in modo che vengano determinati dalla dottrina vigente. I membri di tale società hanno le idee ed i timori che i governanti giudicano opportuni, ed una parte essenziale dell’educazione consiste nell’insegnare a pensare bene del governo. D’altra parte, a questo indottrinamento, non si oppone necessariamente un gruppo di persone intellettualmente indipendenti, giacché tutti, volenti o nolenti, vengono confinati in uno schema preciso.
Per il momento, la complessità della società occidentale è il miglior antidoto contro questo pericolo; tuttavia, l’attuale tendenza all’uniformazione delle abitudini, derivante dall’accentuazione dei processi di standardizzazione industriale, alla lunga potrebbe produrre una riduzione della complessità, favorendo l’irreggimentazione. E' vero, oggi ci sono i mass media, e i giornali d’opposizione; però, tutti condizionati, in qualche modo, da norme economiche: l’acquiescenza al Partito, gli introiti della pubblicità, la necessità di una comuniazione facile. Tutto ciò tende ad irreggimentare le masse verso atteggiamenti e aspirazioni utili al "regime": un organismo sociale astratto ed autonomo che pensa alla sua sopravvivenza senza alcun interesse per i singoli individui. Tutti ricevono messaggi che invitano a seguire la morale delle confessioni religiose, invitati ad acquistare l’oggetto firmato, a sottoporsi ad improbabili trattamenti ringiovanenti, ecc.
Ecco, il problema è che non c’è un "Grande Fratello" da combattere. Il regime è dentro di noi e noi siamo il regime. E che sia giusto o sbagliato, sembra aver perso importanza: se vi piace, è buono; se non vi piace, è cattivo. Il giudizio non può essere espresso dalla ragione, ma solo dalla storia. Sergio Zavoli, così ha sintetizzato ("Il Messaggero", 7 dicembre 1991) un po’ pessimisticamente questo punto:
«Mentre siamo in grado di valutare la situazione di un popolo sottoposto continuamente a promesse e minacce, guidato da una propaganda univoca, ridotto in soggezione da slogan che lodano solo l’obbedienza, non possiamo ancóra esprimere giudizî sulla situazione di un altro popolo sistematicamente distratto da centinaia di canali televisivi, acquietato dagli ansiolitici, reso pago dal consumismo, illuso dai modelli del successo; e tuttavia è verosimile supporre che da questa esperienza possa nascere un mondo in cui l’uomo, per esempio, non ha più paura di nulla, non gode più di niente, ignora origine e destino, crede senza fede o ragione, esiste in quanto appare, ama senza trepidazioni e chissà, uccide senza rimorsi.»






