Qualche giorno fa un ragazzo cingalese, venditore ambulante di rose, uno di quei poveracci immigrati che guadagna qualche spicciolo girando con biciclette scassate, è stato bloccato e poi apostrofato pesantemente da una banda di ragazzini figli, tra l'altro, della città "bene". Dopo averlo ingiuriato con frasi offensive ed umilianti, i piccoli "eroi" hanno pensato bene anche di strappargli la bici malridotta issandola su un cassonetto dell'immondizia. Il tutto, ovviamente, ripreso dal consueto occhio elettronico di un videofonino. Ad eventi così biechi, miseri ed inaccettabili mi sono tristemente assuefatto, e mi asterrò dall'aggiungere considerazioni tanto scontate quanto inutili. Tuttavia mi preme sottolineare, più che la stoltezza e la stupidità dei bulletti annoiati, il comportamento indifferente di tanti passanti adulti testimoni dell'aggressione. Nessuno è intervenuto, nessuno ha parlato,nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Forse per paura, per timore, più semplicemente per pura indifferenza. Perché si sono sentiti anni luce lontani da quello che si svolgeva a pochi metri da loro. Così vicini eppure così lontani. Oramai non ci si indigna più, non ci si sente in dovere di prestare soccorso al prossimo in difficoltà. Omertà, silenzio. Chi osa squarciarle è considerato addirittura un eroe, l'eccezione alla regola del farsi i fatti propri. Se ci accadesse direttamente qualcosa di spiacevole, se dovessimo difenderci da un sopruso o da un arbitrio, saremmo pronti a lottare, ad indignarci. Quando invece la questione non riguarda noi, non c'è problema. Basta un passetto più in là, uno sguardo dall'altro lato e si tira dritto. Mi raccomando non voltiamoci. Se la caveranno da soli. Gli altri.
Ormai c'è indifferenza per la paura. Invece bisogna avere paura dell'indifferenza.






